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sabato 12 dicembre 2015

Una valle incantata, Joe Strummer e gli avvoltoi

Cari Lettori (ce ne sono? Non credo), 
rompo il silenzio, ormai durato mesi, per tornare a scrivere sul blog. 
Il bisogno di migliorarmi nella comunicazione scientifica e di raccontare ciò che di paleontologico mi succede intorno hanno finalmente avuto la meglio su scadenze e impegni di fine anno.
Come vi raccontavo nell'introduzione, qualche mese fa mi trovavo in "quel limbo in cui uno studente, ormai plasmato dalla dura e lunga gavetta universitaria, cerca il suo posto, magari con un dottorato, nel mondo accademico...". Ebbene, finalmente sono riuscito nell'impresa di entrare a far parte di un programma di dottorato (ovviamente all'estero), di cui spero potervi parlare presto nei dettagli.
Chiuso il breve aggiornamento personale, vorrei parlarvi prima di un ricordo personale allacciato ad una vicenda scientifica recentemente venuta alla luce nella comunità paleontologica.

Ci sono esperienze che per importanza ed intensità le porterai sempre dentro con te, come un caro ricordo di arricchimento personale ed amicizia. Una di questi è sicuramente il mio primo scavo paleontologico, svolto nel Nord della Spagna nel luglio 2010.
Un anno prima, durante un congresso internazionale tenutosi a Bologna, ho avuto il piacere di conoscere Fabio Marco Dalla Vecchia, paleontologo italiano di fama mondiale.
 Fabio Marco Dalla Vecchia impegnato a spiegare la deriva dei continenti di fronte allo scheletro della sua creatura, l'adrosauro italiano Tethyshadros insularis (Dalla Vecchia, 2009).

Crescendo, Fabio, è stato per me quasi una figura mitologica, essendo uno dei pochi studiosi in Italia con una prolifica e attiva carriera nel mondo della paleontologia dei vertebrati mesozoici, dinosauri e pterosauri in particolare. Superata l'iniziale barriera di reverenza e timidezza, il Prof. propose inaspettatamente a me e ad un'altra manciata di baldi giovani di unirci al suo team di ricerca l'estate seguente, per far parte di una spedizione paleontologica in Catalogna. Lì, io e i miei compagni di viaggio avremmo lavorato come volontari per conto dell'Università Autonoma di Barcellona, ente accademico per cui Fabio era ricercatore.

Dopo un anno di attese e preparativi, giunse finalmente il tanto amato giorno della partenza: in valigia l'equipaggiamento necessario, qualche libro e tanto entusiasmo. Quest'ultimo la faceva sicuramente da padrone, essendo, la prima esperienza di scavo un'avventura sognata da una vita.
Di quella esperienza mi porto dietro diversi episodi, come ad esempio il ritrovamento dei primi resti di dinosauri di quella stagione, dei frammenti di uova il cui riconoscimento sul campo fu una sorta di "battesimo del fuoco" che Fabio ci impartì il primo giorno. 

Da sinistra: Marco, io e Filippo in procinto di rimuovere il detrito superificiale in un sito di scavo. Questa faticosa operazione permette di raggiungere gli strati sedimentari fossiliferi a cui eravamo interessati.
 
Ricordo un giorno, più avanti nel corso della spedizione, in cui mi venne lasciato il comando nel campionamento, poiché il responsabile era richiesto su un altro sito a riconoscere delle ossa di dinosauri. Quel pomeriggio trovai i miei primi denti di teropode (dei dromaeosauridi, i famosi piccoli e piumati predatori da cui sono ispirati i famelici "raptor" cinematografici).


Denti rinvenuti nel corso della spedizione e appartenenti a diversi dinosauri teropodi, fra cui dromaeosauridi (riquadri A,B,C,D; da Marmi et al., 2015)

Ricordo i Clash, suonati in continuazione sotto il sole cocente della Catalogna, mentre gli avvoltoi ci accerchiavano dall'alto speranzosi che qualcuno di noi tirasse prima o poi le cuoia.

"Gli avvoltoi tutti su di noi piano piano volteggiano finché puoi attento agli avvoltoi se ti volti ti..." (Pezzali, 1995)

Ricordo Fabio (Junior), Matteo, Marco (Fagottino), Marco (Casti), Filippo, ragazzi come me, con la stessa passione e le stesse speranze, diventati adesso amici per la vita anche se le strade ci hanno portato a chilometri di distanza.

Il sottoscritto intento a scavare in una bonebed  (letteralmente "letto d'ossa") ad adrosauri.

Mi rende estremamente felice vedere che tutta quell'esperienza di entusiasmante apprendimento, caldo torrido e sudore, abbia portato alla pubblicazione di uno studio scientifico che descrive nei dettagli quell'antico ecosistema che, granello di sabbia per granello di sabbia, abbiamo tirato fuori in quel mese di luglio. 

La squadra intenta a brindare per la scoperta e il recupero ben riuscito di un importante esemplare.

Alla fine dell Mesozoico, la cosiddetta "era dei rettili", durante gli ultimi 6 milioni di anni prima della crisi ecologica globale che portò all'estinzione di tutti i dinosauri (uccelli esclusi), in una penisola che si stagliava sull'Atlantico orientale, un sistema di fiumi depositava una piana alluvionale, fornendo un'area di nidificazione a diverse specie di animali, fra cui grossi titanosauri, adrosauri, piccoli teropodi, coccodrilli, tartarughe...ogni singolo dettaglio di quel mondo perduto è stato ricostruito: dagli insetti alle lumache, dalle rane alle piante che ombreggiavano quell'antico corso d'acqua.
Tale fiume trasportava incessante i resti di qualsiasi essere vivente fosse morto in quelle sponde e dotato di parti dure tenaci abbastanza da sopportare incolumi la furia cieca degli elementi protrattasi per 66 milioni di anni. La storia di questo quadro idilliaco, cancellato dall'immensità del tempo profondo, si conclude con una manciata di scienziati ed i loro apprendisti scapestrati che, dedicandovi un'estate e gli anni poi a seguire, hanno restituito a questo tempo un'immagine che sarebbe altrimenti andata perduta per sempre.

Ricostruzione di un ecosistema del tardo Cretacico nordamericano ad opera di Alain Bénéteau (dall'articolo Vajda et al., 2013): uno scenario analogo, seppur situato sull'altra sponda dell'Atlantico, a quello ricostruito da Marmi et al. (2015). 

Riferimenti:

Dalla Vecchia, F. M. (2009). Tethyshadros insularis, a new hadrosauroid dinosaur (Ornithischia) from the Upper Cretaceous of Italy. Journal of Vertebrate Paleontology 29 (4): 1100–1116.


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